18 mag 2023 10:58 18 maggio 2023

Rapporto Federalimentare - Censis

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Il Rapporto racconta il valore economico e sociale dell’industria alimentare italiana: 179 miliardi di euro di fatturato, 60 mila imprese, 464 mila addetti e oltre 50 miliardi di export in valore in un anno.

Rapporto Federalimentare - Censis

Nelle graduatorie dei settori manifatturieri italiani è al primo posto per fatturato, al secondo posto per numero di imprese, per addetti e anche per l’export in valore. In dieci anni il suo fatturato ha registrato un incremento del 24,7% in termini reali e il valore delle esportazioni del 60,3%.

La filiera del food italiano (agricoltura, industria, distribuzione, ristorazione e altri settori interdipendenti ) ha un fatturato annuo di 607 miliardi di euro (pari al 31,8% del valore del Pil), 1,3 milioni di imprese e 3,6 milioni di addetti.

Nel caso del cibo, l’italianità ha tante declinazioni territoriali e ogni patrimonio locale contribuisce ad affermare il nostro cibo nel mondo. Preservare e rilanciare la localizzazione dei luoghi di ideazione e produzione dell’industria alimentare italiana è un volano per creare reddito e occupazione nelle comunità locali.

Per guadagnare nuove quote sui mercati internazionali si punta sulla:

  • distintività delle eccellenze italiane legata al valore unico della biodiversità italiana
  • capacità di esprimere attraverso prodotti buoni, genuini e sostenibili i diversi sapori dei nostri territori.

Il cibo è diventato anche uno dei principali veicoli di espressione dell’identità ed è oggi al centro dell’attenzione collettiva. Tramite le scelte alimentari è possibile esprimere come vogliamo essere visti e riconosciuti dagli altri e come vorremmo che il mondo diventasse.

I consumatori hanno accesso a un’infinità di informazioni e scelgono sempre più spesso i prodotti non solo sulla base degli aspetti strettamente legati al loro contenuto, ma considerano anche l’impatto che la produzione e il consumo di un determinato prodotto hanno sull’ambiente, o sulla salute delle persone. Secondo l’indagine Censis:

  • il 66,7% degli italiani è pronto a rinunciare a prodotti che potrebbero essere dannosi per la salute
  • il 52,6% a quelli non in linea con criteri di sicurezza alimentare
  • il 43,3% a quelli la cui produzione e distribuzione non rispettano l’ambiente
  • il 35,6% a quelli per la cui produzione non sono tutelati i diritti dei lavoratori e dei fornitori.

La reputazione sociale di un’azienda alimentare è quindi fondamentale. Dall’advertising alla comunicazione aziendale, dal brand journalism alle comunità su marchi o prodotti, l’importante è mantenere sempre autenticità e trasparenza, perché in caso di greenwashing i costi e i rischi sono molto alti.

Esportare la cultura alimentare

Il punto di forza riconosciuto dell’industria alimentare italiana consiste nella sua capacità di garantire da una parte una quantità di offerta che ha i numeri da mass market, e dall’altra offrire prodotti differenziati che soddisfano l’ampia e frammentata stratificazione della domanda.

Il cibo è bandiera dello stile di vita italiano leva efficace nell’aprire la strada all’italianità. I nostri prodotti sono buoni, salutari e sostenibili e hanno la forza d’attrazione e le qualità intrinseche per affermarsi nel mondo.

Questa operazione di soft power richiama quella riuscita con successo alla moda italiana a partire dagli anni Ottanta, quando è stata riconosciuta universalmente come la quintessenza del vestire bene, dell’eleganza e del capo di pregio.  

Laddove le imprese alimentari sono obbligate a ricorrere all’importazione di talune materie prime o semilavorati non disponibili sul territorio nazionale, occorre individuare economie partner che rientrano  nelle sfere di influenza del nostro Paese.  La scelta strategica di riorganizzare le attività produttive decisive secondo logiche di friendshoring o nearshoring, porterà a intensificare le relazioni con i Paesi europei, con quelli anglosassoni e con i Paesi del Mediterraneo (per non ritrovarsi fragili di fronte al mutare del contesto geo-politico).

Cosa mangiano gli italiani?

Le diete delle persone evolvono nel tempo, si trasformano, in linea con una disponibilità culturale a sperimentare il nuovo a tavola. La cultura alimentare italiana ha una tradizione consolidata, riferimenti precisi e la maggior parte dei consumatori sa valutare quel che non è adatto alla propria dieta.

  • Il 42,1% degli italiani a tavola nel quotidiano si definisce abitudinario, cioè mangia più o meno sempre lo stesso cibo
  • Il 20,5% innovatore a cui piace sperimentare alimenti e gastronomie nuove
  • Il 9,2% salutista che mangia sempre e solo cibo che fa bene alla salute
  • Il 7% un appassionato, cura la spesa e gli piace cucinare
  • Il 6,3% italianista, vuole sempre e solo prodotti italiani
  • Il 5,8% convivialista, considera il cibo importante perché occasione per stare con gli altri
  • Il 4,4% godereccio, perché mangia sempre quel che gli piace, il resto non conta.

Quasi due terzi degli italiani, per alcuni cibi, cui sono pronti a spendere di più pur di avere la qualità più alta desiderata. Il diffuso e condiviso salutismo è, almeno in parte, temperato dalla convinzione che i prodotti italiani alla fin fine, se mangiati in giusta misura non fanno male e che sia possibile prendersi uno sfizio, ad esempio quando ci si reca al ristorante, senza dover temere particolari conseguenze.

Alcune idee degli italiani su spesa e cibi, per età (val. %)

Spesa italiani Censis 2023

Fonte: Rapporto Federalimentare – Censis

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