Il made in Italy continua a essere uno dei simboli più riconoscibili dell’eccellenza produttiva nazionale, ma sui mercati internazionali la sua forza non basta ancora a proteggerlo del tutto da imitazioni, concorrenza impropria e confusione tra autenticità e copia. Il quadro che emerge richiama l’attenzione sulla necessità di rafforzare non solo la tutela legale dei prodotti italiani, ma anche il racconto dei valori che li rendono unici.
Secondo lo studio commissionato a TP Infinity da Made in Italy Community, l’86% degli italiani acquista e predilige prodotti nazionali. Il dato più significativo, però, riguarda l’estero: il 42% dei consumatori stranieri intervistati afferma di aver acquistato almeno una volta un bene “falsamente italiano”, e il 28% di questi dichiara addirittura di averlo preferito all’originale. Un segnale che non parla di una perdita di appeal del made in Italy, quanto piuttosto di una sua insufficiente riconoscibilità in alcuni mercati.
Il problema, quindi, non è soltanto difendere il prodotto italiano dalle imitazioni, ma renderlo più distinguibile, più leggibile, più presente nell’immaginario del consumatore globale. In questa prospettiva, il valore del made in Italy si gioca sempre più su un terreno culturale oltre che commerciale: qualità, filiera, identità, design, lavorazione e tradizione devono diventare elementi immediatamente associabili al prodotto autentico.
Un altro elemento interessante che emerge dallo studio riguarda il rapporto tra tradizione e innovazione. L’immagine stereotipata di un made in Italy arroccato sul proprio passato viene superata dall’idea di una manifattura capace di evolvere, integrando nuove tecnologie e artigianalità. Lo studio evidenzia infatti come il 66% degli italiani e il 72% degli stranieri ritengano possibile un’integrazione positiva tra intelligenza artificiale, innovazione e lavoro artigiano. È una visione che suggerisce un futuro in cui il valore del prodotto italiano non nasce dalla sola tradizione, ma dalla capacità di aggiornarla senza snaturarla.
Perché questo accada, però, servono competenze adeguate e un sistema produttivo più attrattivo. Creatività, nuove idee, precisione, qualità del lavoro e adattamento al cambiamento sono indicati come fattori chiave. Allo stesso tempo, emerge la necessità di rendere le aziende italiane più competitive anche sul piano organizzativo e sociale, con salari più adeguati, percorsi di crescita e maggiore meritocrazia, soprattutto per trattenere i giovani talenti.
Il messaggio di fondo è chiaro: il made in Italy resta forte, ma non può vivere soltanto di reputazione consolidata. Per difenderlo davvero, occorre renderlo più riconoscibile, più contemporaneo e più vicino ai consumatori internazionali. La sfida non è solo contrastare il falso italiano, ma costruire una presenza autentica, autorevole e moderna del prodotto italiano nel mondo.
Fonte: Il Sole 24 Ore del 10 aprile 2026 sul Made in Italy Day e sul fenomeno dell’Italian sounding.