Previsioni
Secondo le stime di Banca d’Italia, il prodotto interno lordo nazionale crescerà dello 0,6% nell’anno in corso e nel 2026 e dello 0,7% nel 2027.
La crescita del PIL è sospinta soprattutto dall’espansione dei consumi e degli investimenti che beneficiano delle misure del PNRR e del progressivo miglioramento delle condizioni di finanziamento, espandendosi sia nella componente dei beni strumentali sia in quella delle costruzioni.
Le proiezioni, basate sulle informazioni disponibili al 10 ottobre, tengono conto dell’evoluzione delle politiche commerciali negli ultimi mesi e in particolare dell’accordo raggiunto tra Stati Uniti e Unione europea lo scorso 27 luglio.
Rispetto alle proiezioni pubblicate la giugno, le nuove stime comportano una revisione al ribasso di 0,2 punti percentuali nel 2026, soprattutto per effetto di una più marcata perdita di competitività delle nostre esportazioni che rimangono pressoché stagnanti quest’anno e il prossimo - risentendo degli effetti dell’inasprimento delle politiche commerciali e dell’apprezzamento dell’euro - per riprendere a crescere alla fine dell’orizzonte previsivo.
Banca d’Italia stima che il saldo di conto corrente, pari a 1,1% nella media del 2024, diminuisca nel corso del triennio, risentendo del debole andamento delle esportazioni.
Sulla base dei contratti futures, i prezzi del petrolio e del gas naturale diminuirebbero lievemente nel corso del triennio.
Banca d’Italia stima che i prezzi al consumo aumentino dell’1,7% nel 2025, dell’1,5% nel 2026 e dell’1,9% nel 2027. L’inflazione di fondo scenderebbe sotto il 2% quest’anno e all’1,6% nel biennio successivo.
Le proiezioni di Banca d’Italia sono in linea con quelle formulate nei mesi scorsi dalle maggiori organizzazioni internazionali e analoghe a quelle del quadro tendenziale del DPFP.
Bollettino economico Ottobre 2025
Secondo le proiezioni pubblicate in ottobre dal FMI, il prodotto mondiale si espanderebbe del 3,2% nel 2025 e del 3,1% nel 2026 (in leggero calo rispetto al 3,3% del 2024). Permangono rischi al ribasso legati all’evoluzione delle relazioni internazionali.
Commercio mondiale e primi effetti dei dazi
Nel secondo trimestre il commercio mondiale è diminuito, a causa del forte calo delle importazioni statunitensi (dovuto alla fine dell’anticipazione degli acquisti e ai primi effetti diretti dei dazi).
Tra i partner commerciali maggiormente colpiti dai dazi USA figurano Cina, India e Brasile. Le economie che hanno concluso accordi bilaterali con gli Stati Uniti – tra cui Unione europea, Regno Unito e Giappone – beneficiano di esenzioni settoriali (come per il comparto automobilistico) e di condizioni più favorevoli rispetto ai paesi che non hanno raggiunto alcun accordo.
Hanno invece registrato una forte crescita dei flussi verso gli Stati Uniti il Vietnam e Taiwan. Per il Vietnam questo andamento sembra legato ai dazi relativamente più contenuti rispetto a quelli imposti sui prodotti cinesi, che potrebbero avere favorito il transito indiretto di merci provenienti dalla Cina. Per contrastare tale pratica, l’amministrazione statunitense ha innalzato i dazi sui beni sospettati di riesportazione. Nel caso di Taiwan l’espansione delle esportazioni è invece riconducibile principalmente alla forte crescita delle vendite di semiconduttori, non ancora colpite da restrizioni commerciali.
Sulle esportazioni europee verso gli Stati Uniti è destinato a incidere anche il deprezzamento del dollaro verificatosi da inizio anno.
Le prospettive del commercio internazionale restano deboli: nei mesi estivi gli indici globali degli ordini esteri PMI si sono mantenuti al di sotto della soglia compatibile con l’espansione, sia nella manifattura sia nei servizi.
Congiuntura Stati Uniti e Cina
Nel secondo trimestre dell’anno, il PIL degli Stati Uniti è tornato a salire. Si sono fortemente contratte le importazioni, dopo l’eccezionale incremento dell’inizio dell’anno causato dall’anticipazione degli acquisti dall’estero in vista dell’entrata in vigore dei dazi. Nel bimestre luglio-agosto il mercato del lavoro si è nettamente indebolito, anche se la dinamica dei consumi rimane robusta.
Gli effetti dei più alti dazi sull’economia statunitense rimarrebbero ancora limitati: nel terzo trimestre il prodotto sarebbe aumentato a ritmo moderato, come previsto dagli analisti. L’evoluzione del quadro macroeconomico potrebbe risentire nel breve termine anche del blocco delle attività amministrative federali (government shutdown) in atto dall’inizio di ottobre.
Nella riunione di settembre, la Federal Reserve ha deciso di ridurre i tassi di riferimento di 25 punti base, al 4,00-4,25 per cento, in considerazione dell’indebolimento del mercato del lavoro e dei maggiori rischi di un nuovo peggioramento nei prossimi mesi.
Nel terzo trimestre l’indice dei responsabili degli acquisti (PMI, purchasing managers’ index) delle imprese manifatturiere negli Stati Uniti si è collocato sopra la soglia compatibile con l’espansione (sospinto dall’accumulazione delle scorte innescata dai timori di un rincaro degli input nei prossimi mesi).
L’economia della Cina continua a risentire della debolezza della domanda interna. Le conseguenze delle nuove politiche commerciali statunitensi sono già visibili nei flussi di merci. Nel secondo trimestre si è infatti accentuata la flessione delle esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti, compensata dall’incremento di quelle verso l’Asia, l’America latina e l’Unione europea.
L’indice dell’attività si è riportato a Pechino al di sopra della soglia di espansione, in linea con il lieve miglioramento delle prospettive sulla domanda estera.
Area dell’euro
Nel secondo trimestre il PIL dell’area dell’euro ha nettamente decelerato rispetto ai primi tre mesi dell’anno, quando aveva beneficiato dell’incremento straordinario delle importazioni statunitensi. Nei mesi estivi l’attività sarebbe lievemente cresciuta, sospinta dal contributo ancora positivo dei servizi, a fronte di un calo nell’industria.
Nella manifattura la produzione sarebbe diminuita in estate, riflettendo la flessione di agosto; il relativo PMI si è portato tuttavia su un valore che indica stabilità dell’attività nella media del trimestre. Il calo della produzione è stato attenuato dall’esigenza di ricostituire le scorte in alcuni settori che avevano beneficiato dell’anticipazione delle esportazioni verso gli Stati Uniti.
Il PIL si è ridotto in misura significativa in Germania a causa del calo della domanda estera netta. In Spagna l’attività economica ha invece continuato a espandersi a ritmo sostenuto, trainata, a differenza degli altri paesi, dalla domanda interna.
Secondo le proiezioni della BCE pubblicate in settembre, dopo un incremento dello 0,9% nel 2024, il prodotto dell’area euro si espanderà dell’1,2% quest’anno, dell’1% nel 2026 e dell’1,3% nel 2027. Rispetto alle previsioni di giugno, sono state riviste al rialzo di 3 decimi nel 2025; la stima di crescita per il 2026 è stata invece rivista al ribasso di un decimo, a causa dell’apprezzamento dell’euro e di una domanda estera più debole.
Nel secondo trimestre il PIL dell’Italia è leggermente diminuito, frenato dal forte calo delle esportazioni seguito al venire meno dell’effetto di anticipazione delle vendite negli Stati Uniti.
Secondo le valutazioni di Banca d’Italia, nel terzo trimestre l’economia italiana ha ripreso a crescere in misura modesta, grazie all’attività nei servizi e nelle costruzioni. La domanda estera è rimasta debole, i consumi sono tornati ad aumentare lievemente ed è proseguita l’espansione degli investimenti.
Fonte: Banca d’Italia (Bollettino economico | Ottobre 2025)