I crescenti arrivi nei porti italiani di grano, olio, prodotti ortofrutticoli e carne extra Ue, che esercitano una forte pressione al ribasso sui prezzi, preoccupano gli agricoltori italiani.
Nel 2025, sono arrivate in Italia 2,3 milioni di tonnellate di grano duro per la pasta, di cui 555mila dal Canada (+93%) che consente l’uso del glifosato in fase di preraccolta, pratica vietata in Italia per i possibili rischi sulla salute.
Il prezzo del grano duro è sceso in un anno da 0,34 a 0,29 euro al chilo, con una perdita stimata di circa 200 milioni di euro per gli agricoltori italiani.
Nel 2024 l’Italia ha importato 300 milioni di chili di riso, per quasi tre quarti dall’Asia, e nei primi dieci mesi del 2025 gli arrivi sono cresciuti del 9%. Nel riso indiano sono stati rilevati fungicidi e insetticidi vietati nell’Ue, mentre in quello paraguayano è stato individuato un fungicida.
La pressione delle importazioni colpisce anche l’olio extravergine d’oliva. Nel 2025 oltre mezzo miliardo di chili di olio d’oliva ha attraversato le frontiere italiane, deprimendo i prezzi dell’extravergine nazionale.
Emblematico il caso dell’olio tunisino, i cui arrivi sono aumentati del 40% nei primi dieci mesi del 2025, che viene venduto a un prezzo medio di circa 3,5 euro al chilo. Accanto al prodotto low cost che sbarca nei porti italiani, Coldiretti segnala veri e propri casi di illegalità che richiedono un rafforzamento immediato dei controlli sulle importazioni.
In difficoltà anche il settore dell’ortofrutta che rappresenta il 28% del valore della produzione agricola nazionale (nel 2025 record storico dell’export, con 13 miliardi di euro tra fresco e trasformato).
Gli arrivi di carciofi egiziani - spesso coltivati con pesticidi vietati in Europa - sono aumentati del 30% nei primi dieci mesi del 2025. Il calo dei prezzi interessa anche broccoli (-25%), biete (-18%), finocchi (-21%), oltre a clementine, sedani e patate.
Per le nocciole sgusciate è entrato in vigore lo scorso anno l’obbligo di indicazione dell’origine, ma restano prive di trasparenza le nocciole utilizzate come ingrediente nei prodotti trasformati.
Nei primi dieci mesi del 2025 sono arrivati in Italia oltre 81 milioni di chili di nocciole straniere, per metà dalla Turchia, Paese spesso sotto osservazione per residui di aflatossine e per il mancato rispetto dei diritti dei lavoratori.
Sul fronte della carne bovina, nel 2024 l’Italia ha importato 377 milioni di chili (32 milioni di chili di carne congelata). Nel 2025 l’import complessivo è aumentato del 3%, ma quello della carne congelata ha registrato un balzo del 30%. A preoccupare è l’uso, in molti Paesi extra Ue, di antibiotici e promotori della crescita, oltre alle lacune nei controlli sugli ormoni vietati in Europa, come nel caso del Brasile.
Soluzioni proposte
Per Coldiretti è necessario:
- applicare il principio di reciprocità (gli stessi standard europei di sicurezza, sostenibilità ambientale e tutela del lavoro devono valere per tutti i prodotti, indipendentemente dal Paese di origine)
- prevedere l’obbligo di indicazione dell’origine su tutti gli alimenti in commercio nell’Unione Europea
- rivedere la norma del codice doganale sull’ultima trasformazione sostanziale che consente di “italianizzare” prodotti stranieri con trasformazioni minime.
Tra i prodotti extra Ue di bassa qualità che vengono “italianizzati” grazie a lavorazioni anche minime Coldiretti segnala:
- petti di pollo provenienti dal Sudamerica che vengono trasformati in crocchette e poi esportati come made in Italy
- cosce di maiale olandesi o danesi che vengono salate e stagionate per essere esportate come prosciutti italiani
- sottolio (ad esempio carciofini egiziani)
- succhi di frutta.
L’inganno del codice doganale vale anche per alcuni prodotti per i quali c’è l’obbligo dell’etichetta d’origine in Italia (ma non in Europa), come la mozzarella che può essere fatta con latte tedesco o polacco, o con cagliata ucraina per essere venduta sui mercati comunitari come Made in Italy. Lo stesso avviene per i sughi preparati a partire da concentrato di pomodoro cinese o per la pasta prodotta con grano canadese.
Fonte: Coldiretti
Importazioni di derivati del pomodoro dall’Egitto
Il 18 febbraio, l’ANICAV (Associazione Nazionale Industriali Conserve Alimentari Vegetali) ha comunicato di aver accolto “con grande favore l’interrogazione presentata dal Presidente della Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati, per tutelare la filiera italiana della trasformazione del pomodoro rispetto ai rischi connessi al crescente incremento delle importazioni di derivati del pomodoro provenienti dall’Egitto”.
Paesi extraeuropei, come l’Egitto, stanno iniziando a produrre ed esportare polpa e passata di pomodoro a costi significativamente inferiori. Nell’ultimo semestre 2025, le esportazioni dall’Egitto verso il mercato europeo sono aumentate dell’85,77%.
Le aziende conserviere italiane e i produttori agricoli temono in particolare l’import di semilavorati, prodotti a basso costo che determinano fenomeni di concorrenza sleale in grado di compromettere le esportazioni italiane di qualità all’interno dell’UE. Perché produrre in modo sostenibile, dal punto di vista ambientale etico e sociale, ha un costo che i prodotti con scarsi standard non sostengono.
Primati dell’Italia
- Con un fatturato di 5,5 miliardi di Euro, di cui oltre il 50% derivante dall’export, l’Italia è il secondo trasformatore di pomodoro al mondo, dopo gli Usa e prima della Cina.
- L’Italia è anche il primo produttore ed esportatore di derivati del pomodoro destinati direttamente al consumatore finale.
Fonte: ANICAV